di Lara Fantoni

 “Vannina vai a nanna: se la Befana quando passa ti trova alzata, non ti lascia niente”.

Il babbo è già a letto: la vigilia dell’Epifania del 1945 è stata una giornata fredda e lui, guardiacaccia alla fattoria di Poggio Bartoli a Vicchio, è stanco della giornata di lavoro.

“Vannina vai a dormire: guarda che fra poco arriva la Befana, e se ti trova sveglia s’arrabbia”. La mamma è ancora in piedi a sfaccendare, ma la bambina non ne vuol sapere di andare a letto.

Vanna compirà quattro anni a marzo: è ancora figlia unica, un fratellino arriverà a febbraio dell’anno successivo, dopo altri due anni nascerà una sorellina. È una brava bambina, vispa e ubbidiente, ma già mostra il carattere risoluto e un po’ sospettoso che l’accompagnerà da grande:

“A letto non ci vado; voglio vedere se la Befana passa davvero, perché io non ci credo”.

Nel Mugello la guerra è finita in estate, dopo la liberazione di Firenze e, pur nella difficoltà di un’Italia devastata, anche qui si ricomincia a pensare ai bambini e al loro bisogno di magia: nelle campagne toscane, all’epoca, era la Befana a portare piccoli doni ai bambini che avevano fatto i bravi, e vero carbone di legna (non di zucchero!) a quelli che erano stati cattivi: Babbo Natale sarebbe arrivato solo anni dopo, con il boom economico e il consumismo.

I giovani genitori si sono messi d’accordo con Margherita, una bella ragazza che vive accanto a loro, nelle case della fattoria: la giovane si vestirà da Befana per portare un regalino alla bimba e ai bambini delle famiglie nei poderi lì intorno. Avvolta nel pastrano di lana spigata del fratello Attilio, dai grossi bottoni di corno, in capo due lunghe trecce canute fatte con la stoppa e coperte da un gran fazzolettone (la ‘pezzòla’), si è sporcata il bel viso di fuliggine per non farsi riconoscere, ha calzato gli scarponi con le suole di legno, ferrate con chiodi per non scivolare sulla neve ghiacciata; in spalla porta un sacco con i pensieri per i bimbi, in mano una scopa di saggina.

Ed ecco! dalle scale esterne risuonano una campanella e i passi pesanti di qualcuno che sale stanco: Vanna sgrana gli occhi: “Te l’avevo detto che arrivava la Befana! Vai a letto, svelta, se ti trova alzata non ti lascia niente”. “No, non ci vado! La voglio vedere!”. Bussano alla porta, la mamma apre: “Buonasera, Befana”. La vecchia entra, si scuote il nevischio dalla gabbana e si rivolge alla bambina, rincantucciata nella sua seggiolina nel canto del fuoco: “O tu che ci fai ancora sveglia? Non lo sai che la Befana non vuole essere vista? Brutta birbona: non ti lascio proprio nulla!”; un po’ stizzita, e forse troppo svelta per l’età e per tutta la strada che una Befana dovrebbe avere nelle gambe, gira sui tacchi e se ne va, senza lasciare a Vanna neanche un po’ di carbone. 

Vanna ora piange, per la paura e per la delusione; la mamma un po’ la sgrida “Te l’avevo detto!”, un po’ la consola; dalla camera il babbo la chiama: “Non ti preoccupare, ora vai a letto e dormi, tanto la Befana è vecchia e stanca, e cammina piano piano; domattina mi alzo presto e la rincorro, vedrai la raggiungo, ci ragiono e la convinco a darmi qualcosa per te”.

Vanna adora il suo babbo, di lui si fida; e poi è stanca, troppe emozioni stasera: va a letto e dorme.

La mattina dopo, appena sveglia, Vanna trova il dono sperato: un piccolo servito di tazzine con un bricchettino di smalto per offrire il tè alle bambole, anche se le sue, per ora, son povere pupazze fatte con una pannocchia di granturco e qualche straccio, poco use a sorbire bevande di lusso; la sua prima vera bambola arriverà solo anni dopo. Scende saltellando le scale esterne, tra le braccia il suo bel balocco nuovo da mostrare alle altre bambine della fattoria; poi si ferma di botto perché vede qualcosa su un gradino, si china a raccoglierlo, si volta e torna in casa di corsa: “Mamma! Guarda cosa ho trovato!”. La mamma si piega a guardare e Vanna le mostra fiera un bel bottone di corno:

“Altro che la Befana! Avevo ragione a non crederci: era ma la Margherita con il cappotto di Attilio!”.

Quella bambina era la mia mamma, che a marzo compirà ottant’anni e che continua a praticare un sano scetticismo verso le cose che richiedono una sospensione del giudizio, come la Befana, e a riporre una salda fiducia nelle persone a cui vuole bene.