Non esiste toscano che non abbia visto almeno una volta Benvenuti in casa Gori di Alessandro Benvenuti.

E il fatto che molti di noi lo abbiano rivisto mille volte e postino la foto della famiglia Gori riunita il giorno di Natale accade perché tanti fiorentini si ritrovano dentro quei modi di fare tipici descritti da Chiti e Benvenuti.

Penso al personaggio di Gino, il capofamiglia che fa l’albero di Natale, scarta il puntale, lo ammira soddisfatto, poi il puntale fa corto circuito “vai, eccoci” e impreca tutti i santi. Ricordo che sebbene in casa mia non si fosse particolarmente dediti alle feste, mio babbo comunque comprava sempre un bell’abete vero, alto, maestoso da farci addobbare e che l’avrebbe per qualche motivo fatto bestemmiare. 

Ci si ritrova nei costumi: il cardigan per la mamma, grande tradizione per le feste natalizie, e i maglioncini color pastello con i colletti bianchi delle camicette che spuntavano da sotto, comprati da Principe in piazza Strozzi e soprattutto le pellicce, rigorosamente messe sul letto di camera, proprio come fa l’Athina Cenci, che se la distende per bene, accarezzandola, sopra a tutti gli altri cappotti.

Ma soprattutto, ci riconosciamo nel menù che in casa mia è più o meno il solito, da quando ho memoria.

È il menu a scandire il racconto del film, ogni portata sottolineata dall’applauso dei commensali: perché il pranzo di Natale è da sempre una fatica per chi lo cucina.

I crostini di fegatini, “i crostini son calorosi”, i tortellini in brodo, il cappone arrosto con le patate, il panettone e a finire lo spumante “bono questo spumante Gino” “se unn’era bono un l’ho pigliavo”.

Fortunatamente l’epilogo dei nostri Natale è sempre stato diverso da quello della sceneggiatura, ma le espressioni pronunciate a quella tavola sono state spesso le stesse.

E come nel film, la guerra tornava spesso a far capolino dai racconti del nonno, che l’aveva vissuta in prima persona e non credo sia mai passata festa senza che se ne parlasse.

Poi si giocava coi regali, in cucina il rumore delle stoviglie che vengono messe via, fino ad avvertire uno strano ritorno alla normalità: alle sette e mezza mio babbo accendeva il telegiornale, si beveva il brodo in tazza per cena ed era già l’ora che i parenti se ne andassero via, così come la rabbia dei personaggi di casa Gori si stempera via via che si fa sera.

Non è mai stato troppo vero per me che era l’Epifania a portarsi via le feste, per me esisteva solo il giorno di Natale e anche adesso che sono adulta, adesso che i nonni non ci sono più e io mi alzo da tavola alle tre per andare via, per me Natale sarà sempre e soltanto l’unico giorno da festeggiare.