Di Anastasia Ciullini

Tutte le volte che mi veniva chiesto dove vivessi, vedevo sempre gli occhi del mio interlocutore spalancarsi in un moto di perplessità, e con tono innocente mi si chiedeva sempre “e dove sarebbe?” 

Non tutti conoscono la Nave a Rovezzano, almeno nella mia generazione. La Nave è piccola e spesso passa inosservata. Pacifica, come pacifica è la gente che vi abita. Un borgo vecchio che corre su via Villamagna, la sua via principale, e altre viuzzette intersecanti, Via Feroni, Via del Crocifisso del Lume, via Delle Lame, Via di Ripalta.

Sono nata e cresciuta qui. In riva all’Arno.

Per i Navesi l’Arno è il punto di riferimento, un compagno fedele; tu sai che c’è. Quando si esce a passeggio, senza una meta precisa, un salutino all’Arno è sempre d’obbligo. Quante volte, soffermandomi sulla riva, ho affidato i miei pensieri all’acqua che scorreva via, inarrestabile. Gli occhi estatici si perdevano fra i flutti e l’animo dimenticava il livore di qualche insuccesso al suono della corrente. 

Ma per quanto possiamo esserci affezionati, oggi, l’Arno è molto diverso da quello che era un tempo. Oggi rallegra la vista nei giorni limpidi quando le sfumature del cielo si confondono nell’acqua creando magnifici acquerelli. Oggi, ci limitiamo a contemplarlo, come un amico fragile da ammirare, distanti, un amico da proteggere e trattare con cura. 

 

 

C’è una Nave di un tempo perduto, dove la vita era diversa. Una Nave che ho sempre immaginato prendere vita nella mia testa, raccontata dai miei nonni, dagli aneddoti della gente che ha vissuto “quegli anni” e che ancora si porta dentro i ricordi di una vita fatta di miseria, ginocchia rotte e odore di pesce appena pescato.

E c’era chi davvero l’Arno lo viveva, mattina e sera, tutti i giorni della settimana. 

Il traghetto alla Nave a Rovezzano c’era da più di trecento anni. “L’ultimo Caronte” che ha portato avanti questa attività, fino alla sua inevitabile scomparsa, è stato Berto Salvadori

Da tutti chiamato “Berto”. Per vent’ anni, “coi piedi in Arno”.  Vent’anni senza mai muoversi da quel greto, sabbioso e pieno di ciottoli e sassi, come erano un tempo le sponde del fiume. A soli 5 km dal Cupolone del Brunelleschi, un uomo traghettava donne e uomini da una sponda all’altra. Mattina, pomeriggio e sera. Estate e inverno. 

Berto era stato renaiolo, come il padre. Fare il renaiolo era un mestiere faticoso, lento. Si poteva lavorare in barca o a terra. Dopo aver ancorato la barca al fondo del fiume con due stanghe, una a poppa e una a prua, con una pala a cucchiaio si cominciava a scavare il fondo dell’Arno e a depositarne il contenuto sul fondo dell’imbarcazione. La rena era talmente pesante che il renaiolo era quasi costretto a toccare con la schiena l’altra sponda della barca. Una volta scaricata la rena a terra, si esaminava il materiale. Telai di legno con una rete metallica “setacciavano” la rena, ricavandone diverse tipologie a seconda del tipo di rete. 

Prima di lui, era stato Mario Cioci il padrone del famoso “Barcone” e delle barchette.

Perché di imbarcazioni ce n’erano due tipi: un barcone grande, capace di contenere fino a due macchine allineate una di fronte all’altra, e altre barche, più piccole, da soli passeggeri, riservate ai momenti di piena che certo erano frequenti di inverno.  Ma anche con la piena la vita non si ferma e c’era bisogno di raggiungere l’altra sponda. I ponti erano pochi e distanti: il primo disponibile, Ponte da Verrazzano, costruito nel 70’, era a circa 3 km. 

 

 

La vita di Berto si svolgeva tutta fra quelle due sponde. La gente passava, lui restava. Giusto la pausa pranzo, alle dodici in punto, coperta dal fratello, e poi dritto fino a sera, alle volte fino a notte. Perché c’erano sere in cui alle 22 c’era sempre qualcuno da traghettare. Quelle sere, Berto aspettava che alcune ragazze uscissero dalla fabbrica “Fratelli Franchi” per riportarle a casa, con il suo barcone che di notte fendeva la nebbia invernale. Non costava nessuna fatica. Ci si aiutava.  La gente non aveva niente e quando non si ha niente tanto vale aiutarsi. L’amore era diverso, l’amicizia era diversa: si nasceva insieme, si cresceva insieme e si finiva per stare insieme tutta la vita. Ci si conosceva tutti, anche solo per soprannome.

Intorno a Berto, la vita di paese scorreva in tutta la sua vivacità e miseria. D’estate era tempo di bagnanti, tutti ai Masselli in Arno!  Un vero parco giochi per i meno esperti dell’acqua e chi non sapeva nuotare. Fra le strie dei masselli si potevano cacciar gamberi e granchi; e poi tutti a fare il bagno! Con prudenza ovviamente: l’Arno ha le sue pericolosità, ma tutti i Navesi conoscevano i punti critici. La gente se lo godeva davvero il fiume. Renaioli, pescatori d’inverno, bagnanti d’estate. E poi c’erano i bambini e le bambine, molti dei quali sono diventati i nostri nonni e le nostre nonne, per strada a giocare a pallone, improvvisando porte e finestre come le porte da gioco in cui fare goal. Dove la monelleria più grave era quella di andare a rubare le ciliegie dagli alberi in fiore lungo la strada di via Villamagna. Berto era lì , sempre lì.

Le automobili arrivavano sulla sponda, lasciandosi dietro la nube di polvere della strada sterrata; Berto le avvistava; con le sue mani nodose e forti, afferrava “il canapo”, il filo d’acciaio che andava da parte a parte, tenendo legata la barca; e con l’aiuto del suo bastone vogava fino ad arrivare dalle sue “anime”.  Il suo mondo era tutto lì, forse gli passava accanto tramite tutta le gente che traghettava, e a lui bastava. 

Infine, nel  1979 si completarono i lavori per il ponte di Varlungo e una triste mattina di novembre, vennero a portar via il barcone. I Navesi lo salutarono con un velo di malinconia, consapevoli che un pezzo della loro storia e della loro identità li stava lasciando. Berto smise di fare il traghettatore, ormai non c’era più bisogno lui. Gli fecero una festa e, come tutte le figure mitologiche che si rispetti, il sindaco lo premiò con una medaglia, per ricordarlo come “L’ultimo Caronte dell’Arno” .

Oggi il barcone pare sia andato perduto. A ricordare il luogo esatto del porto di Berto, oggi c’è il ristorante “La Nave sull’Arno”. Berto è morto ormai tanti anni fa, vive ancora nelle memorie dei Navesi e dei familiari rimasti. 

Non ho mai conosciuto Berto ma pensando a tutte le storie che mi sono state raccontate, ancora oggi, quando penso alla dedizione e a cosa significhi per me, penso a lui. Al suo animo il giorno in cui si vide portar via quella barca, divenuta un pò come una figlia, ruvida e ormai logorata, come le mani di chi per vent’anni ne aveva fatto la sua vita.

«Qui scendemmo tutti per montare in un grosso barcone che si chiamava pomposamente la Nave di Rovezzano e si traversò, ridendo di quella impensata navigazione»

Giovanni Papini – “Autoritratti e ritratti”

 

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