Perché ai nostri figli di quell’episodio possiamo non solo lasciare il ricordo del nostro dolore ma anche la consolazione di come il mondo civile ci amò e ci aiutò.

Era bella Firenze nel 1966.

La più bella città del mondo. Intendiamoci: anche ora è bella, ma il fascino di allora, beh, oggi non ce l’ha più.. O forse erano i miei occhi di adolescente che la vedevano così, forse è il mio cuore di oggi che la ricorda così. Di certo in quegli anni Firenze era dei fiorentini. Sentivamo la città come parte di noi e anche se di turisti ce n’erano sempre tanti, lei, Firenze era nostra e nostra soltanto.

Già… 

Anno di Grazia 1966. E’ Novembre. Il 4 di quel mese, pioveva, anzi da tre giorni non smetteva di scendere un’acqua fitta, insistente, violenta, che non accennava a diminuire. 

Uscendo di casa, si notava subito che le fogne non ricevevano acqua.

Io e la mi’ mamma si stava affacciate alla finestra del salotto, l’unica che dava sulla strada. Erano le 8.00 del mattino, credo, ricordo bene come tutti si stesse a guardar fuori, immersi in un continuo borbottare: 

“Eh, le fogne son piene…”, “Eh, guarda che macello!”, “Eh, il Comune non fa niente!”. E intanto l’acqua saliva piano piano..

Un ragazzo che stava al numero 28 della mia stessa via, accompagnandosi con la chitarra, cantava “Com’è triste Venezia!” e poi “Oh, che bello, domani non si va a scuola…”. Abitava esattamente di fronte a casa nostra, si chiamava Alessandro. Noi ragazzi ridevamo al momento! Basta poco, in fondo, per ridere a 13 anni..

Rapidamente però le cose cambiarono. 

Arrivò mio padre verso le 9.00 dicendo che era stato a vedere l’Arno e l’aveva visto in piena: “Fa paura, mai visto così gonfio..”. 

Io abitavo in un palazzo di tre piani in Via della Mattonaia, al 27. Si stava al pianterreno, ma veniva considerato un mezzanino. Ricordo che ad un certo punto i’ mi’ babbo tornò con una lunga tavola di circa 2 metri, alta 30 centimetri. Si capí che presto l’acqua sarebbe arrivata anche da noi.

 

 

Io amavo l’Arno, l’amavo davvero. Quando d’estate andavo al Girone dagli zii Gino e Loretta ci facevo il bagno, in Arno, visto che l’acqua era pulita e ora improvvisamente l’acqua dell’Arno era diventata, nei fatti, una mia nemica.

Attraverso la radiolina, che andava a pile, sentivamo le notizie: 

“L’Arno straripa a Firenze!”, “E’ uscito dagli argini a Rovezzano e Compiobbi!”, “Diluvio su Firenze, allagate molte abitazioni!”, “Molte famiglie lasciano le case!”.

I’ mi’ babbo, con la canna da pesca, controllava l’altezza dell’acqua:

 “Sale… Sale ancora!!!” 

Verso le 13.00. affamatissimi, le donne decisero di fare una pastasciutta. Stava per bollire l’acqua ma arrivò un monito roboante: ”Spengete il gas!!!” e subito dopo: “Ma siete matti? Qui si salta in aria!”. Oltre all’acqua, infatti, faceva paura la nafta uscita dai depositi allagati che rischiava di prendere fuoco, ne passavano tanti di bidoni incendiati che venivano respinti con le canne da pesca. Passava di tutto. Ricordo lavatrici, televisori, sedie e tavoli. Ovviamente la pastasciutta non si mangiò, né il gas fu più acceso, salame e pane per tutti, finché ce ne fu.

Le 14.00 e le 15.00 furono le ore più tristi. Silenzio. Il silenzio. Ricordo il silenzio. Un silenzio spettrale. Adesso non cantavano più nemmeno i ragazzi, tutti attoniti di fronte a quello spettacolo, molto più grande di noi. Non mi è capitato tante volte, nel corso della mia vita, di aver percepito un silenzio così assoluto e profondo. Verso le 16.00 l’acqua, aveva raggiunto l’altezza massima di 4,5 metri. Mancava soltanto una trentina di centimetri perché arrivasse al primo piano e così fu deciso di salire al secondo e di cominciare a portare su la nostra roba. 

Ricorderò per sempre quella notte, ricordo di aver sentito la mia mamma pregare, piangere e poi ancora pregare e ancora piangere.

La mattina successiva, l’acqua non c’era più, ma al suo posto c’erano fango e tanta nafta. Fango e nafta, nafta e fango.

I’ mi’ babbo fu il primo a scendere al piano di sotto. Quello che provò di fronte a un simile spettacolo non credo di averlo compreso allora fino in fondo, né forse di comprenderlo oggi. Ricordo che entrò e che piangendo abbracciò la mamma e disse: “No, non entrate ora, per carità!”. L’ho visto piangere poche volte, i’ mi’ babbo, lui che aveva  fatto sei anni di guerra dei quali ben due, prigioniero degli americani, piangeva come un bambino. Si piangeva tutti, anche la mamma, la nonna, io e la mia sorellina. Ma fu l’unica volta. Non li ho più visti piangere, i miei genitori, non avevano probabilmente il tempo di farlo perché da quel momento – alluvionati, infangati, senza più casa, senza acqua, senza luce, gas e telefono – dovevano essere pronti a reagire.

 

 

Pesco nella mia memoria un documentario, realizzato nientemeno che da Franco Zeffirelli e intitolato “Per Firenze” con la voce narrante di Richard Burton. Diceva:

“Adesso Firenze ha bisogno dell’aiuto di tutti, perché Firenze appartiene al mondo!”.

L’aiuto di tutti ci fu. L’Italia intera si rimboccò le maniche per soccorrere chi aveva bisogno. Gli Angeli del Fango andarono certamente in tanti quartieri della città a rendersi artefici di tutte le azioni meritevoli per le quali sono passati a loro modo alla Storia, ma i “nostri angeli del fango” furono i nostri parenti, gli amici, i conoscenti, tutti coloro che dettero una mano senza secondi fini e senza pubblicità alcuna. Ci volevano soltanto bene e aiutando noi, aiutavano Firenze.

In quel momento, in quelle circostanze dove tutto aveva il colore e il sapore del fango, nacque un vivo e vero spirito di comunità che non mi ha più lasciato.

Dal 1967 non è passato anno in cui non mi sia ricordata che il 4 Novembre è l’anniversario dell’alluvione nella mia Firenze, in cui non mi conforti il pensiero che una comunità è qualcosa di più grande della somma degli individui.

Cristina Galoppi

 

 

 

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