di Giovanna Lori

Sono nata nella prima metà del secolo scorso e quindi di storie, ricordi, aneddoti ascoltati nel periodo della mia infanzia ne avrei tanti da raccontare, vari e svariati, ma dovendomi concentrare su un luogo specifico di Firenze ho scelto Piazza delle Cure.

Per la verità io sono stata una bambina del Viale Lavagnini, dove sono nata e ho vissuto; prima della mia nascita si chiamava Viale Regina Margherita e ancor prima Viale Principessa Margherita.

Ma il quartiere delle Cure, nelle sue varie zone e propaggini, che si estendeva fino al Ponte Rosso e al giardino dell’Orticultura ed era segnato dal corso del Mugnone con le sue sponde verdeggianti, costituiva per me fanciulla l’uscita dalla città, l’accesso alla campagna, lo sbocco verso le stradine che portano a Fiesole e a San Domenico, la conquista di una libertà di movimento e di azione impensabili in luoghi più intensamente urbanizzati.

D’altronde, Piazza delle Cure, con i lavori terminati alla fine del 2019, è stata riprogettata subendo un intervento di ristrutturazione che ne ha cambiato radicalmente l’ aspetto e quindi, a maggior ragione, è importante e significativo ricordare oggi com’era un tempo e quello che ha rappresentato in passato nel contesto della nostra Firenze.

Mi è capitato di sfogliare il bellissimo libro autobiografico di Bruno Cicognani, L’Età favolosa, nell’edizione Vallecchi del 1916.

Nel capitolo II, intitolato “ Nel quale si descrivono poeticamente Le Cure e il villino Borini”, ho letto, alle pagine 207-208: “ Dalle gioconde opere delle Curandaie ( lavandaie) venne certamente questo nome alla Cure… Un grande sciacquio di tele lungo le rive del San Gervasio, fino al suo confluire nel Mugnone. Il San Gervasio è coperto fin da dove nasce, è invisibile tutto; ci han costruito sopra, ma già prima che lo intombasser così, era pressoché asciutto…Il villino Borini guardava la piazza, la vasta piazza protetta dalla parte di tramontano; in faccia al villino, la villa Lazzeri dalla vaga architettura in mezzo al giardino dai grandi alberi; e di qua e di là dalla villa i due larghi viali di platani che si dipartivano verso levante. Dalla parte poi di mezzogiorno, la barriera daziaria; ma la veduta spaziava su quella, oltre quella, scorgendosi all’orizzonte la torre del Gallo e Santa Margherita…”

 

E alle pagine 216-217: “Grande è nel ricordo la terrazza. Tra il villino ( Borini) e la casa accanto, ma aperta sulla via Borghini e sui giardini dietro, verso mezzogiorno e ponente”.

E a pagina 240 si parla di una scuola per l’infanzia fondata alle Cure da una maestra, la signora Franceschina: “ …s’era in molti. E dei vari ordini sociali. C’erano i Galardi e i Lori: famiglie d’accollatari ricchi; c’eran bambini di bottegai agiati”.

Dopo essermi imbattuta in questi brani, ho deciso che quello delle Cure, pur essendo io nata e avendo trascorso la mia infanzia nel Viale Lavagnini, è il mio autentico quartiere di origine: la mia nonna paterna infatti si chiamava Pia Lazzeri e viveva con i suoi fratelli, la sua sorella e i genitori nella Villa Lazzeri, descritta nella sua elegante architettura da Cicognani; io mi chiamo di cognome Lori, e il mio babbo, Piero Lori, viveva nel villino accanto a quello dei Borini, al n.1 di Piazza delle Cure, con suo padre, Aldo, sposato appunto con la dirimpettaia Pia Lazzeri e appartenente, lui come la sua consorte, a una di quelle famiglie di accollatari ricchi, tra cui i Lori appunto, citati da Cicognani insieme con i Galardi, a cui apparteneva la mia bisnonna, e nonna paterna di mio padre, Palmira Raffaella Galardi, sposata con Tito Lori, mio bisnonno e nonno paterno del mio babbo.

Ma da questa fitta rete familiare che cosa ho recepito e saputo negli anni?

Tutto nasce con lo sposalizio, in data 15 giugno 1907, tra il mio nonno paterno, Aldo Lori, e la mia nonna paterna, Pia Lazzeri.

Il matrimonio religioso fu celebrato la mattina presto nella Chiesa della Madonna della Tosse, quello civile in Palazzo Vecchio più tardi, nello stesso giorno ( all’epoca non c’era un concordato tra Stato e Chiesa ed era necessaria una doppia e distinta cerimonia ).

Il ricevimento e il rinfresco si tennero nel vasto e bel parco della Villa Lazzeri.

A questo punto occorre sottolineare il grande cambiamento della piazza delle Cure dal punto di vista estetico ed urbanistico: al posto della Villa, venduta dai Lazzeri, e successivamente abbattuta, è stato costruito un grande immobile che occupa tutto l’isolato. La Villa Lazzeri e il vasto giardino che la circondava non esistono più ; al piano terreno del nuovo, enorme condominio, si trova, fin dal 1926, il bar gelateria Cavini, gioia e delizia degli abitanti del quartiere e dei fiorentini in generale che, soprattutto d’estate, si fermano a gustarne le dolci e fresche leccornie.

Nel 1914 la Piazza aveva già subito un’altra grande trasformazione con il passaggio della ferrovia che ne modificò il precedente assetto.

Fu costruito il cavalcavia e il giardino che circondava un altro importante villino, quello di proprietà dell’avvocato  Baldassarre Rosai, fu tagliato e ridimensionato dai binari del nuovo tracciato.

Baldassarre Rosai, proprietario anche della Villa l’Apparita a Ruballa, in cui poi si ritirò a vivere, fu sindaco di Bagno a Ripoli dal 1906 al 1914 e durante il suo mandato amministrativo realizzò la linea di tram che collegava un tempo Bagno a Ripoli a Firenze. La moglie di Baldassarre Rosai era una Lazzeri, di nome Giulia, appartenente anche lei alla famiglia proprietaria della Villa Lazzeri di Piazza delle Cure.

La Parrocchia del quartiere era San Marco Vecchio, costruita intorno all’anno Mille e via via rimaneggiata nei secoli successivi. Ma per gli abitanti delle Cure veniva officiata anche la Chiesa della Madonna della Tosse, dove infatti si erano sposati religiosamente i miei nonni paterni. La Madonna della Tosse, situata dietro il Parterre, era prima del passaggio della ferrovia ancor più collegata alla Piazza e al quartiere. Di quella Chiesa in particolare si occupava un sacerdote giovane, aiutante del parroco della Chiesa di San Marco Vecchio, chiamato il “curatino” delle Cure, con questo curioso gioco di parole tra “curatino” e le “Cure”. Il “curatino” era noto a tutti, ai fedeli e agli altri membri del clero fiorentino, per essere sempre in ritardo e per arrivare con il fiatone grosso ai vari appuntamenti religiosi.

In occasione della visita pastorale prevista, appunto, alla Chiesa della Madonna della Tosse da parte di Alfonso Maria Mistrangelo, arrivato a Firenze nel 1899 e Cardinale della città fino al 1930, il “curatino” pensò bene di arrivare in ritardo anche quella volta. Una volta giunto, confuso, agitatissimo, contrito, di fronte al Cardinale, pensò bene di giustificarsi con queste parole: “ Eminenza, mi perdoni… ho corso, ho corso tanto, ma non ce l’ho fatta ad arrivare puntuale!” E il Cardinale Mistrangelo, che era spiritoso e che dei fiorentini aveva acquisito tutta l’ironia, bonariamente gli rispose: “ Curato, per arrivare all’ora giusta non doveva correre tanto: bastava che partisse prima!”

Un segno della trasformazione della società, da contadina e rurale a industriale e tecnologica, è documentato da quanto mi raccontava la mia nonna paterna, che viveva al numero 1 di Piazza delle Cure. Con lei abitava fissa, per aiutarla nelle faccende di casa, una donna, l’Enrichetta, appartenente a una famiglia di mezzadri mugellani che coltivavano un podere a Piazzano, tra Borgo San Lorenzo e Vicchio.

Un figlio maschio di quella famiglia si era emancipato dal lavoro dei campi ed era diventato un macchinista. Quando l’ Enrichetta sentiva il fischio del treno diceva alla mia nonna: “ Signora Pia, dev’essere il mio fratello che guida il treno e che, passando da Piazza delle Cure, fa un fischio perché mi vuol salutare!” 

Alle Cure, viveva Giovanni Berta, figlio del proprietario della Fonderia  situata in quel quartiere, ucciso dai comunisti il 28 febbraio del 1921 per vendicare l’assassinio di Spartaco Lavagnini, avvenuto ad opera dei fascisti, il giorno precedente, 27 febbraio del 1921.

Il quartiere conobbe quindi le tragedie di quella vera e propria guerra civile che caratterizzò gli anni del Primo dopoguerra, in forma particolarmente violenta, la città di Firenze.

Piazza delle Cure e l’intero quartiere, profondamente modificati in tempi recenti,  tra la Prima e la Seconda guerra mondiale sono stati emblematici delle trasformazioni sociali, urbanistiche, estetiche, industriali e tecnologiche subite dall’intero nostro Paese in quel periodo.

Intorno agli anni Trenta, i Lori si lasciarono alle spalle le Cure, spostandosi non molto lontano, oltre il Parterre, l’ Arco dei Lorena e la porta San Gallo, e andarono a vivere nel Viale che poi, nel Secondo dopoguerra, fu intitolato a Spartaco Lavagnini, per vendicare il quale era stato ucciso Giovanni Berta della Fonderia delle Cure.Tutto si tiene nella catena delle sciagure umane.

 

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