Incontri e scontri tra piemontesi e fiorentini negli anni di Firenze capitale

Di Francesca Merz

 

L’idea che Firenze potesse e dovesse essere la capitale del nuovo Stato aveva radici profonde, e derivava in gran parte da quello che ora chiameremmo “immaginario collettivo” ovvero l’idea generale che la città di Firenze avesse in sé tutte le caratteristiche, geografiche, culturali, storiche per essere il luogo privilegiato ad essere “tappa”, prima della definitiva presa di Roma. Firenze dunque come Atene d’Italia, per dirla con Carlo Cattaneo, citando sin da subito un piemontese illustre. Un luogo che aveva conosciuto nella storia un potere catalizzatore, capace di attrarre una borghesia internazionale e che già si trovava in quella fase di modernizzazione, che l’Unità non fece altro che velocizzare. La costruzione delle strade ferrate in Toscana, infatti, è già leopoldina, così come, appunto, il suo spirito internazionale: era sorta in via Tornabuoni nel 1841 la prima agenzia turistica fondata da Thomas Cook, e nel 1841 c’erano dentro le mura ben 2000 stranieri, tra i quali si ricordano, a titolo esemplificativo la famiglia Demidoff e la folta comunità proveniente dall’Europa orientale, gli inglesi come Thomas Adolphus Trollope, letterato che teneva salotto nella casa di famiglia in Barbano, o Henry Roberts, che aveva aperto in via Tornabuoni la farmacia della Legazione Britannica e successivamente la famosa Officina. Firenze aveva dunque già iniziato da tempo la sua opera di ampliamento e sembrava una capitale perfetta, un polo che si confermò capace di attrarre nei suoi salotti culturali una pluralità di uomini, donne, interessi. Ma proviamo a ricostruire i fatti con ordine, e a comprendere nel dettaglio quello che è l’argomento di questo breve saggio, ovvero i rapporti, gli incontri, gli scontri, le analogie e i lasciti culturali avvenuti tramite gli scambi tra piemontesi e fiorentini negli anni di Firenze capitale. É il 19 novembre del 1864 quando la Camera approva il trasferimento della capitale a Firenze, l’opposizione dei parlamentari piemontesi è durissima e la rivolta popolare che scoppiò il 21 e 22 settembre, dopo che la Gazzetta del Popolo, il quotidiano torinese più diffuso e popolare, aveva dato la notizia, fu il chiaro segnale di una città che si sentiva defraudata, tradita dal suo stesso Re. Gli scontri in piazza furono durissimi, ci furono una cinquantina di morti e 159 feriti. I rapporti con Napoleone e l’accordo erano stati in gran parte gestiti da Ubaldino Peruzzi, toscano, ministro dell’Interno, in collaborazione con il segretario generale Spaventa, e fu proprio su di loro che fin dall’inizio si riversò la rabbia di Vittorio Emanuele, che accusò i consorti toscani di aver tramato alle sue spalle, e così il 24 settembre il Re, che come è noto non amava i toscani, dimissionò il ministro Minghetti e chiamò al governo il piemontesissimo, ed esponente del partito di corte, Alfonso La Marmora.

Anche Ubaldino Peruzzi, che nei giorni successivi alla notizia era costretto a girare per Torino indossando un corpetto antiproiettile e antipugnale, lasciò per sempre il suo ministero. A Torino, mentre a Firenze già fremevano i lavori, il 29 gennaio del ‘65 era in programma la tradizionale festa da ballo a Palazzo Reale. È Olimpia Savio, nobildonna piemontese, che ci racconta delle carrozze bloccate dalla folla. Il Re decise dunque di anticipare la sua partenza per Firenze, ma non dimenticò mai lo smacco subito. E così, all’alba di Firenze capitale, il governo perdeva tutti gli esponenti toscani e rafforzava la componente sabauda e filo-piemontese, tutti elementi che avranno forti ripercussioni non solo politiche, ma socio-economiche per Firenze e i fiorentini.

Tra le prime e tante decisioni che verranno infatti prese dal ministro delle Finanze Quintino Sella, vi sarà lo stanziamento annuale per Torino, come risarcimento per il torto subito, di 1.067.000 lire a carico del bilancio dello Stato, pari al 7% del bilancio comunale, e lo stanziamento di 7 milioni di lire per tutti i costi di trasferimento di funzionari, burocrati e amministratori dello Stato sabaudo. Il rincaro degli affitti in tutta la cerchia delle mura fu immediato, e le case del centro e i fondi commerciali a Firenze furono frequentemente abbandonati dai fiorentini, che non potevano più permettersi di starci, e presi a pigione dai piemontesi calati da Torino.

Il tipico sarcasmo fiorentino cominciò a giocare con questi avvenimenti, e a denunciarli tramite la satira, interessante a riguardo la celebre vignetta del Mata apparsa su «Il Lampione» dove due piemontesi spingono su un carro di fortuna le loro cose accolti da un cittadino di Firenze acconciato da zulu con cilindro: «Gianduia: Contac, quando si viene in terra di barbari bisogna portarsi dietro le masserizie e gli oggetti di belle arti. Stenterello: Cotesta robaccia, e metteva più conto bruciarla a Torino e portar qua la cenere, almeno tu avresti avuto tanto sapone per levarti le macchie. Vergognatevi, o che credevi di non trovare a Firenze seggiole per il vostro…sedere!»

C’è da dire che in effetti i piemontesi non sapevano cosa aspettarsi a Firenze, e proprio per loro uso fu scritto un vademecum (1865), per noi molto interessante, poiché fa capire con grande precisione quelle che erano recepite come grandi differenze culturali tra piemontesi e fiorentini, la Guida pratica popolare di Firenze ad uso specialmente degl’impiegati, negozianti, delle madri di famiglia e di tutti coloro i quali stanno per trasferirvisi. E proprio nella guida si spiegano ai nuovi arrivati usi e costumi fiorentini, come noi spiegheremmo le consuetudini di una popolazione lontana anni luce dalle nostre abitudini; un uso sul quale i piemontesi ad esempio spendono parole di sorpresa è quello delle donne affacciate all’uscio: «Abbiam già detto, poco prima, che nel centro, specialmente, della città le case sono piccole, e senza cortili. [..] Ora se l’aria è uno dei principali elementi di vita, e se la donna, colà come ovunque, ha da esser casalinga, è pur troppo giusto ch’essa cerchi d’ossigenare i suoi polmoni stando alla finestra».

Sempre nella Guida pratica si trovano utili suggerimenti per la spesa e la vita di tutti i giorni, e in particolar modo risulta interessante confrontare le diverse abitudini alimentari.

Una nota assai simpatica riguarda Gigi Porco:

Il nome non è bello, ma la colpa non n’è nostra. Lo chiamano così. Gigi Porco è una specie di pizzicagnolo che vende salami d’ogni qualità, da consumarsi sul sito. Vogliamo dire che col salame vi dà anche il pane, il vino e da sedere. E tutto ciò per pochissimi quattrini. Gigi Porco è una celebrità fiorentina; e sarà una vera provvidenza per quegli applicati ai quali, non piacendo digiunare col caffè e latte, lo stipendio non consentisse di farlo al restaurant

         e si parla anche delle pasticcerie, tanto amate dai piemontesi: «Chi poi fra i buoni piemontesi trasferiti volesse gustare il vero vermouth di Torino, vada in via Tornabuoni, in faccia a palazzo Strozzi, dal liquorista Giacosa, torinese puro sangue. Ivi si può anche parlare liberamente la madre lingua di Gianduia». Ricordo al lettore che non solo Giacosa è un luogo di origini piemontesi, ma anche altri locali storici, che i fiorentini considerano parte integrante delle proprie tradizioni, hanno in realtà sangue sabaudo: Rivoire, torinese e cioccolatiere reale, aprì il suo locale nel 1872, qui i fiorentini impararono a gustare i cioccolatini e la famosa cioccolata in tazza tipici della tradizione savoiarda; così come il piemontese cav. Pietro Robiglio, dopo esperienze di fornaio e pasticcere a Milano e Verona, nel 1928 aprì a Firenze la sua prima bottega, creandosi in poco tempo una raffinata e affezionata clientela.

Salvo questi “dolci” riferimenti, la situazione in cui Firenze venne a trovarsi al momento del passaggio della capitale non fu affatto semplice, e non furono in molti, specie piemontesi, a rendersi conto della difficoltà della situazione nella quale Firenze versava. Fu Massimo D’Azeglio, uno dei primi che già dal 1861 aveva sostenuto apertamente il trasferimento della capitale, a scrivere queste parole all’amico Vincenzo Ricasoli, fratello di Bettino, dopo i terribili fatti di Torino: «Torino purtroppo ha perduto son piccolage e dato il cattivo esempio […] S’è voluto improvvisare una nazione senza avere uomini. I nostri posteri speriamo che ne abbiano; e un’altra speranza vorrei avere, ma non l’ho: che gli italiani si accorgessero finalmente che coi caratteri onesti e col buon senso si fanno le nazioni. Cogli intrighi, le bugie, le speculazioni di borsa si disfanno…Dio ci aiuti». Lo stesso Bettino Ricasoli al fratello scriverà parole durissime sul trasferimento terminando con l’amara constatazione che «dirimpetto al trattato doveva subirsi anco quello». La situazione politica dunque, al momento in cui Firenze divenne capitale, vedeva le due fazioni, dei “consorti” toscani e del governo ormai più fortemente piemontese distantissime, come spiega magistralmente Zeffiro Ciuffoletti: «I toscani non entrarono più nei governi della Destra, salvo Cambray Digny che godeva di particolari rapporti con la corte, essendo amministratore dell’Azienda della Casa Reale. Anzi tutte le vicende parlamentari, comprese quelle relative al Comune di Firenze, negli anni tra il 1865 e il 1876, come ha scritto Arnaldo Salvestrini, non furono altro che “la storia fra i sostenitori dei ministeri espressi da questi opposti gruppi”».

L’arrivo dei torinesi in massa, oltre a destabilizzare il popolo, non fu particolarmente gradito anche ad esponenti culturali della città di Firenze, note le parole di Mario Covoni Girolami, amministratore del Comune di Firenze e presidente della Cassa di Risparmio:

Fin dai primi di novembre, proprio dopo l’alluvione del 64, i torinesi cominciarono a calare su Firenze, a comprar case, prendere a pigione botteghe, mettere su osterie, trattorie, locande, caffè, banche, traffici fra onesti e disonesti, ad occupare, invadere quanto sapevano o potevano, mentre il Fiorentino diffidente sbalordiva tentennante, restava con le mani in tasca e la bocca aperta senza sapere cosa si faceva. Il loro barbaro linguaggio contaminava l’idioma gentile toscano, i loro costumi, le loro idee, i loro gusti erano dai nostri diversi. Tutto trovarono brutto ed antiquato in Firenze, e i fiorentini trovarono brutti loro, le loro donne e le usanze loro. La cosa sola che ai Piemontesi piacque a dismisura e parve squisita fu il vino toscano, quello di Chianti in specie, del quale diventarono intrinseci e fedeli amici.

E così, se da una parte, proprio a causa del barbaro linguaggio, i piemontesi erano chiamati “buzzurri”, come i venditori di castagne e polenta dolce che calavano in città a novembre dalla Valtellina, i piemontesi non risposero diversamente: il senatore Carlo Boncompagni di Mombello, che a Firenze era stato l’uomo di Torino nel ‘59-‘60, aveva detto che la città toscana era solo una “tappa” per Roma, e così i torinesi per sfottere i fiorentini li chiamarono “tappini”.

Guido Biagi, direttore della Biblioteca Marucelliana dal 1886 al 1889 e della Medicea Laurenziana dal 1890 al 1923, così ricorda il loro arrivo: 

Gli ospiti che a mano a mano giungevano da Torino eran fatti bersaglio alla critica mordace di coloro che nel giornalismo, nella letteratura e nella politica avevano qui un posto cospicuo e un’autorità di cui non eran punto disposti a spogliarsi. Rammento la meraviglia che destarono fra noi i primi travets, che eran piovuti con la mutria e la serietà burocratica, e con le maniche di finetto […]. I Fiorentini non li capivano, e spesso fingevano anche di non capirli, per prendersi gioco del loro dialetto e dei barbarismi che infioravano i loro dialoghi con le serve e con i bottegai. […] Giuseppe Rigutini professore e accademico della Crusca, rimasto sempre aretino nonostante i molti anni di sua dimora fra noi, sfogava la vena epigrammatica contro il suo superiore Emilio Broglio, manzoniano fervente che la destra aveva mandato al Ministero dell’istruzione nel convento di San Firenze. Fior di trifoglio / Da san Firenze s’è sentito un raglio,/ Era un sospiro del ministro Broglio. […] Quei sei anni della tappa, nonostante Custoza, Lissa e Mentana, furono de’ più lieti e giocondi. I piemontesi avevano cominciato ad abituarsi alle nuove usanze, alla nuova pronunzia, alla nuova gente che li accoglieva e di cui canzonavano la parsimonia, gli scaldini ed i moccoli. Si divertivano anche a contraffarli, ad aspirare il c senza riuscirvi, a disputare sulla proprietà dei vocaboli e sulle questioni di lingua. Eran i tempi in cui a Edmondo De Amicis si attaccò la smania di far quegli studi sul vocabolario che l’hanno per ultimo condotto a scrivere il volume su l’ Idioma Gentile.

Proprio il tema della lingua era stato centrale nella scelta di Firenze, D’Azeglio in primis aveva sostenuto come la lingua fiorentina potesse farsi lingua nazionale e, se nelle lettere le nobildonne si lamentavano del fatto che non si potesse più parlare la bella lingua piemontese, molte altre sono le testimonianze piemontesi su questo fronte. Tra i vari motivi di tensione che minavano i rapporti tra fiorentini e piemontesi, da non sottovalutare era l’uso insistito e voluto di questi ultimi del loro dialetto: i toscani non lo capivano e dalle incomprensioni nascevano malintesi ed equivoci, tanto che Gaspero Barbèra, editore piemontese (fu tra l’altro l’editore di Carducci), naturalizzato fiorentino, intimava ai suoi compatrioti: «In privato, colloqui intimi e lingua intima. In pubblico, onorare questa gran lingua italiana, parlando italiano».  Il 1865 fu un anno assai importante anche da questo punto di vista, proprio in quell’anno vi furono le celebrazioni per l’anniversario della nascita di Dante. Unico momento di relativa pace tra Firenze e il nuovo governo fu l’inaugurazione della statua di Dante in piazza Santa Croce, il 14 maggio 1865: Dante e la sua figura ricoprivano in quel momento un ruolo fondamentale di unificatore di lingua e di Nazione. L’inaugurazione della statua fu affidata ad un altro piemontese, Giambattista Giuliani, accademico della Crusca, innamorato della Toscana e studioso appassionato di Dante, che in un discorso dai chiari riferimenti politico-culturale, volle elogiare il poeta.

Il Giuliani fu frequentatore di molti intellettuali fiorentini. In particolare nelle frequentazioni del salotto Trollope e Dall’Ongaro ebbe modo di entrare in contatto con grandi personalità della cultura fiorentina e con un altro piemontese illustre, illustre per le sue ancor troppo poco studiate vicende toscane, ovvero il conte Angelo De Gubernatis. È indiscusso che il conte godesse di notevole prestigio finché in vita, mentre, dopo la sua morte è come se la sua opera avesse perso precocemente di interesse. Le sue memorie trascritte nel libro Fibra, pagine di ricordi ci raccontano nel dettaglio la sua vita: nacque nel 1840 a Torino, il padre, Giambattista, era capo sezione al Ministero delle Finanze; da vero enfant prodige a 15 anni finisce il ginnasio. Entrato poi all’Università, ha la fortuna di formarsi presso illustrissimi dotti, quali Michele Coppino e Luigi Schiaparelli, suo insegnante di storia antica, e di incontrare le personalità più eminenti del periodo: Giuseppe La Farina Niccolò Tommaseo e Giacomo Legnaia.

Nel 1858 inizia la sua attività di giornalista e si occupa della parte letteraria e artistica delle riviste piemontesi il «Diritto» e l’ «Opinione», le stesse riviste che caleranno da Torino a Firenze nel momento del cambio della capitale. Siamo dunque giunti alle soglie del 1859, periodo di fervori unitari, ai quali però, con suo grande dolo, il De Gubernatis non potrà partecipare, a causa della cagionevole salute che lo tormentava fin dalla giovane età. In questi anni nascono i suoi primi drammi teatrali, intrisi di Schiller e di Goethe, come il Werner e il Pier delle Vigne. Nel 1860 compie un viaggio nella tanto amata Italia letteraria, a Ferrara sulle tracce dell’Ariosto e a Firenze su quelle del Foscolo, di cui in seguito scriverà: «quella Firenze che mi ammalia ancora colle sue grazie, Firenze era allora ed è ancora per me una città divina, poiché quelle sue aure vivificatrici e pure, che inspirarono Arnolfo e il Brunelleschi, Giotto e Botticelli, il Ghiberti e Donatello, Michelangelo e il Cellini, il Machiavelli e il Galilei, sono aure miracolose».

Nello stesso anno, pur trovandosi ancora al quarto anno di università, divenne professorestudente, e nel ‘61 la sua fu la prima laurea in lettere del Regno recentemente proclamato. Negli stessi anni a Chieri, dove la famiglia si era trasferita, soffriva del provincialismo della cittadina, e intanto scopriva gli scritti di Ernest Renan, studioso che si era occupato dell’origine delle lingue indoeuropee; è questa la scintilla di una passione che durerà per tutta una vita, per il sanscrito e le lingue orientali, una passione che farà di lui uno dei primi orientalisti italiani. E sarà Michele Amari, noto arabista divenuto Ministro della Pubblica Istruzione nel 1862, a chiamare il De Gubernatis a ricoprire la cattedra di lingue ariane nel Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze, quale professore straordinario. A Firenze tenne le sue prime lezioni di sanscrito, che ebbero molto successo, così iniziò a frequentare i più famosi salotti fiorentini, da quello Peruzzi a casa Dall’Ongaro e al villino Trollope, inserendosi così nell’ambiente letterario cittadino e continuando il suo impegno patriottico promuovendo nella «Civiltà italiana» l’idea di un giornale per i liberi spiriti d’Italia (a cui aderirono oltre duemila letterati italiani fra i quali Dall’Ongaro, Pasquale Villari, Targioni Tozzetti, Giosuè Carducci). Siamo sul finire del 1864, anno di grandi fermenti rivoluzionari, e anche il De Gubernatis iniziò a sentire il fascino delle nuove ideologie. Quando a Firenze giunse Michail Bakunin ne fu sedotto ma, in seguito, parlò di questa esperienza e degli anarchici descrivendoli «corrotti e da cattive azioni» .

Dal rapporto con i Bakunin ne derivò solo il matrimonio con Sofia Bezobrazova, cugina dello stesso, matrimonio felicissimo e ottimo connubio intellettuale; la stessa Sofia fu ottima padrona di casa nelle occasioni salottiere a casa De Gubernatis, nel villino Vidya sui viali fiorentini, e nella villa in campagna di Lastra a Signa. Il ruolo delle donne, in particolare, risulta molto significativo nella vita del nostro conte, tralasciando le lettere private, per cui ci vorrebbe un saggio a parte, ci limitiamo in questa sede a raccontare di come il conte avesse deciso di organizzare un’esposizione in occasione della ricorrenza della morte della Beatrice dantesca. Per tale evento era stato inizialmente proposto, per la strade di Firenze, un corteo di donne in abiti trecenteschi ma il De Gubernatis ebbe l’idea di organizzare qualcosa che risultasse più utile anche a fini sociali; lui stesso dice: «Bisognerebbe trovare il modo di riunire, in una mostra, tutti i prodotti dell’ingegno e dell’industria femminile». L’esposizione costò molti denari al De Gubernatis, che dovette ripianare personalmente alcune spese poco accorte, perdendo anche un po’ di credibilità, ma fu un grandissimo esempio di attenzione alle quote rosa ante litteram. Inoltre il contributo piemontese ad una internazionalizzazione, a cui abbiamo già brevemente accennato, più di matrice francese ma mancata a Firenze, ha negli studi e nei rapporti internazionali dello stesso De Gubernatis una figura emblematica. I suoi viaggi in tutta Europa, e il tanto sognato viaggio in India così ampiamente narrato nelle Peregrinazioni Indiane, ne sono testimonianza. Al suo ritorno fondò il Museo Indiano con sede a Firenze e la Società asiatica italiana, organo di connessione fra tutti gli orientalisti italiani, ma sicuramente l’iniziativa che più di ogni altra farà del De Gubernatis uno studioso famoso e stimato fu l’ideazione di un museo che avrebbe dovuto contenere gli oggetti che egli aveva portato dall’India, ma non solo, il progetto risulta del tutto innovativo in quanto il conte non aveva ideato un museo destinato ai soli studiosi (valido sussidio per lo studio del sanscrito) bensì un luogo che, con intento divulgativo, fosse attraente per ogni singolo cittadino.

Ma gli studi del De Gubernatis, come ogni piemontese a Firenze che si rispettasse, proprio perché ancor di più veniva percepita la distanza linguistica e veniva considerata la lingua fiorentina l’unica capace di unificare il nuovo Regno, erano anche orientati all’analisi della lingua. Egli fu, per l’appunto, carissimo amico proprio dell’abate Giambattista Giuliani, come abbiamo già ricordato; il rapporto tra i due risulta particolarmente importante perché proprio grazie e tramite la loro amicizia, nata nella frequentazione dei salotti fiorentini, nascerà un salotto letterario in campagna che conserverà caratteristiche che in qualche modo risultano esemplificative dell’intero mondo dei salotti fiorentini mutuato però da chiare caratteristiche piemontesi: la concentrazione sullo studio della lingua, l’utilizzo di stilemi architettonici eclettici (in stretta connessione con quel rinnovato interessamento al neogotico, al Medioevo e alle sue espressioni artistiche che proveniva direttamente dalla Francia), la realizzazione di un giardino dei semplici unito a piante di derivazione orientale (connubio tra gli studi dell’amico Paolo Mantegazza e gli studi del De Gubernatis), l’internazionalità delle frequentazioni (era frequentato dalla nobiltà russa per la parentela tra De Gubernatis e Bakunin), la presenza di un diario del salotto in cui tutti gli ospiti annotavano pensieri e poesie, la presenza di una sala intera dedicata al biliardo e al fumo.

Fu infatti proprio Giambattista Giuliani ad acquistare il terreno di quello che è attualmente conosciuto come palazzo De Gubernatis a Massa e Cozzile, spinto dalla convinzione che il “Divin Poeta” fosse passato da quelle terre e avesse lì alloggiato. Abbiamo detto poco sino ad ora dell’abate Giambattista Giuliani: aveva compiuto i suoi primi studi ad Asti e poi a Fossano presso i padri Somaschi ai quali si legò a tal punto da chiedere di far parte della loro congregazione, abbandonò poi gli studi per dedicarsi completamente alle opere di Dante, la lettura delle quali lo aveva infervorato. Fin dal 1853 iniziarono le peregrinazioni in Toscana per «il fervido amore di Dante», e nel 1859 fu chiamato dal governo provvisorio ad occupare a Firenze la cattedra destinata all’esposizione della Divina Commedia, cattedra affidata al Giuliani specialmente per opera di Gino Capponi. In questo periodo fiorentino entrò a far parte dell’Accademia della Crusca divenendo una delle personalità di spicco nell’Italia del tempo, frequentatore di quei salotti letterari nei quali conobbe e diventò amico di intellettuali quali il Capponi, il Bufalini, il Tommaseo, Pietro Fanfani, Eugenio Camerini, Agenore Gelli, Aurelio Gotti, Jacopo Bernardi, l’editore Le Monnier, il Witte, il Blanc, il Lupin, re Giovanni di Sassonia, il conte Ambrogio Lugo di Bassano e partecipare attivamente al clima e ai fervori politici del tempo. Il 26 dicembre 1896 scriveva: «Io non dispero dell’Italia e della sua unità benefattrice, dacché sono radicate in Dante, poeta sovranamente cristiano e civile (…) Italiani! Studiate, studiate Dante, perché, rigenerati in lui, siate pur una volta per lingua, per animo, per religione e patria veramente italiani».

Questo breve passaggio ci ha dato quindi il modo per ribadire che questi intellettuali piemontesi, integratisi nel nuovo contesto fiorentino, erano stati in grado di ripetere quel modello di incontro intellettuale-politico e culturale proprio della città, su scala extraurbana,  influenzandolo con caratteristiche proprie e della propria cultura, specie, a mio avviso, accelerando l’ingresso di quegli stilemi eclettici d’oltralpe che avranno poi grande successo nella Firenze degli anni seguenti.

Abbiamo già avuto modo di citare Olimpia Savio, nobildonna piemontese il cui salotto era stato al centro della vita sociale torinese. Voglio a questo punto segnalare come in effetti le differenze tra il salotto piemontese e quello fiorentino fossero molto forti: i salotti torinesi erano un’emanazione speculare e fedele della vita di Corte e, successivamente, con il Regno d’Italia fortemente influenzati da esercito e militari, che avevano assunto le cariche del potere politico, ed erano frequentatori della vita mondana e salottiera quale emanazione di un potere politico esercitato. A Firenze la situazione sarà ben diversa: l’impianto cortigiano non sarà più replicato nei salotti, che invece saranno luoghi di commistione di competenze: politica, economia, letteratura o semplice incontro tra intellettuali; lo scopo era quello di raccogliere il meglio della cultura italiana e internazionale (proprio l’internazionalità è una similitudine importante tra i due salotti). Il salotto rosso di Emilia Peruzzi, ad esempio, era il punto di incontro di un’aristocrazia che guardava all’Italia unita e di una alta borghesia culturalmente preparata ad accogliere le prospettive romantiche e più tardi positivistiche. Almeno fino al 1870 il salotto rosso fu dominato dall’attenzione allo sviluppo di Firenze capitale, poi fu più letterario. Gli ospiti venivano da tutta Italia e dall’ Europa, e molti giovani cominciarono lì il loro apprendistato politico e culturale, ascoltando il padrone di casa, il già ricordato Ubaldino Peruzzi. Fu proprio Emilia a stringere una grande amicizia, nata nel salotto, con Edmondo De Amicis, arrivato dal Piemonte a Firenze per dirigere il giornale in cui aveva pubblicato i primi bozzetti di vita militare. De Amicis arrivò a scrivere un saggio, Un salotto fiorentino del secolo scorso, in cui parla dei suoi rapporti con Emilia Peruzzi come ispirati a quella «amicizia che fa da mantello ad un amore con le braccia legate» descrivendo con maestria il ritmo degli incontri nel salotto.

Ritornando alla Savio, il significativo passaggio della capitale si può chiaramente leggere nel suo diario privato, capace di darci la misura del cambiamento in una città come Torino, che andava perdendo il suo ruolo di fulcro attrattore di intellettualità, sia del profondo cambiamento che dovrà subire anche culturalmente e non solo fisicamente la città di Firenze, così la Savio:

La istoria esatta della Convenzione di settembre 1864, cui tenne dietro per noi torinesi una pagina dolorosa, perchè bagnata di sangue innocente. Questo fatto trascrivo parola per parola dal racconto, che me ne fece il generale Menabrea, che a Vichy ebbe da Napoleone III la conferma del tremendo dilemma: il subito cambio di capitale da Torino a Firenze, o le truppe francesi sine fine stanziate in Roma.

La Savio cita anche la dura polemica nei confronti di Ubaldino Peruzzi, considerato dai piemontesi principale artefice del complotto:

Quanto alla guerra fatta ad Ubaldino Peruzzi, ministro per l’interno, a cui più specialmente si attribuiva quel cambio, questa prese forme tale da venirne a dimostrazioni violente, fracassando i vetri delle sue finestre, e mandando voci d’imprecazione e di minaccia. Temendo peggio, inquieta che queste manifestazioni contro il suo Ubaldino fossero per produrre troppo grave dolore alla buona e cara donna Emilia, le scrissi offrendole ospitalità a Millerose, dove sarebbe stata al riparo da ogni offesa, e in condizioni di comunicare a tutte l’ore con suo marito. Ringraziò, ma non venne, e mi dolse, perchè l’ebbi e l’avrò sempre come un’amica.

Così continua la Savio in relazione a quel difficile passaggio vissuto dagli intellettuali piemontesi:

Venne l’inverno, il carnevale del 1865, il quale, per quanto Torino fosse offesa e sconnessa, si tentò ravvivare per amore del commercio con alcune feste. Anche il corpo diplomatico fece del suo meglio. Ma gli animi ripugnavano all’allegria, e i rancori si facevano pesare specialmente sulla Legazione di Francia. Alla prima festa data dalla contessa De Mallaret, nata De Ségur, donna buona, simpatica, gentilissima, mancarono più che a metà le signore invitate e quindi, giustamente offesa, non volle più dare la seconda; da ciò le piccole ostilità femminili contro di lei, spinte a segno da deciderla a lasciar Torino prima del cambio della capitale. […] Vidi il generale Menabrea passare, come non visto, tra i suoi più vecchi amici, tra i quali il conte Sclopis, uno dei patrizi più offesi dal trasloco: il Conte, trovandosi più d’una volta faccia a faccia col Generale, non lo degnò neppur d’uno sguardo.[…] Seppi poi che Vittorio Emanuele, appena solo nelle sue stanze, pianse, e per tre giorni non visse che di acqua gelata. La mattina del 3 febbraio partì improvvisamente per Firenze. Povero Re, si aspettava almeno qualche parola di rincrescimento per l’affronto, ma l’aspettò indarno.

Le parole della Savio ci raccontano anche delle lamentele delle signore giunte a Firenze da Torino, come riporta una lettera di un’amica «c’è sempre vento, acqua cattiva, dove s’arriva da tutte le parti del mondo, cosi che non si sa mai con chi si parla, senza dire che bisogna parlare sempre italiano».

Il diario di Olimpia Savio, con il cambio di capitale, diverrà sempre di più un racconto di vita privata, venendo a mancare a Torino la vita politica e sociale di un tempo, ma è bene ricordare che il contatto tra la Savio e gli intellettuali fiorentini continuerà, le missive continuano anche con il trasferimento della capitale, non abbiamo infatti solo il fenomeno degli incontri di salotto nelle sedi fiorentine, ma anche un nuovo e costante scambio culturale tramite missive e contatti tra questi due mondi intellettuali che si intersecano ed incontrano, ecco che, sempre per far riferimento alla Savio, ella sarà in costante contatto con intellettuali quali Gino Capponi, che legge e commenta il libro della contessa dedicato all’educazione, così come sono molteplici le lettere con Atto Vannucci, che ne commenta gli studi sull’Inghilterra. E proprio dal Vannucci abbiamo, di rimando, sempre nel medesimo diario (1865), le parole di un fiorentino sulla nuova situazione cittadina, in uno scambio tra Firenze e Torino di grande leggerezza:

Quanto alla capitale vi dirò che il nuovo brusìo, che essa ci porta non è nei miei gusti. La quieta vita fiorentina, che ora è finita, aveva una dolcezza ineffabile. lo non amo la solitudine, ma mi trovo male anche in mezzo alla folla che ad ogni momento vi urta e vi stuona. Pure se in questo sta il bene d’Italia, io accetto senza lamenti e folla e rumore e tutte le difficoltà della vita

Un altro degli intellettuali con i quali la Savio scambia una fitta rete di missive è il Niccolini:

Egli mi onorò di una cosi viva simpatia, che quando presi commiato da lui, mi accompagnò fin sul pianerottolo della scala, e premendomi affettuosamente ambe le mani nelle sue, mi disse: torni, torni presto nella nostra Firenze, torni che se lei ci si ferma, prometto passar la sera sempre in casa sua. L’invito era attraente, ma non potei tornare, e quella fu l’ultima volta che io lo vidi.

Un altro terreno di scontro, molto più che di incontro tra fiorentini e piemontesi furono i tanti lavori di ammodernamento e costruzione che la città fu costretta a subire per adeguarsi alla nuova funzione di capitale. Ancor prima che il Parlamento approvasse il disegno di legge governativo per il trasferimento della capitale e per i relativi stanziamenti finanziari, e proprio per preparare la parte economica della legge, giunsero a Firenze due architetti piemontesi, inviati dal governo: Giovanni Castellazzi, dipendente del Genio Militare, e il conte Carlo Ceppi, esponente di quel gusto eclettico che a mio avviso subirà una profonda accelerazione in Toscana proprio grazie alle influenze piemontesi, e che già aveva avuto a che fare con Firenze partecipando al concorso del 1861 per la facciata della Cattedrale. I due esperti di fiducia del governo sabaudo dovevano verificare la situazione degli edifici demaniali. Dopo alterne vicende nelle quali il piano dei lavori presentato fu poi in effetti completamente modificato a più riprese, i lavori vennero affidati in modo separato a tre componenti della commissione –  Castellazzi, Falconieri e Mattei – a cui si aggiunse poi l’architetto Paolo Comotto, anche lui piemontese, già noto per aver progettato l’aula del primo Parlamento in piazza Carignano a Torino. Grandissima fu la libertà che ebbero anche nell’affidamento dei lavori e a poco servì la Commissione Conservatrice degli Oggetti d’Arte e dei Monumenti composta da storici dell’arte, che doveva vigilare sulle operazioni: il mandato ricevuto dai direttori dei lavori era tanto ampio che poterono fare ben poco per tutelare gli edifici storici. Celebre il caso di Palazzo Vecchio che venne “completato” dal Falconieri in stile per migliorarne l’utilizzo, con aggiunta verso il lato posteriore e ricostruzione del decoro delle pareti esterne; stessa cosa fece il Falconieri sugli Uffizi, che dovevano ospitare il Senato, mediante modifiche agli spazi interni e la creazione di uno spazio più «decoroso» sul retro dell’edificio, abbattendo i vecchi vicoli per far posto ad una piazza e «scoprendo la Biblioteca Magliabechiana». Scene della Nuova Capitale era un libello anonimo che attraverso dialoghi ipotetici metteva in scena le varie reazioni dei fiorentini al trasferimento della capitale. L’ironia e il sarcasmo traspaiono già dalle prime righe in cui l’autore si rivolge a Dante Alighieri nella ricorrenza dell’anniversario della sua nascita, chiedendo al poeta di far attenzione alle lusinghe che riceverà perché l’unico interesse dei nuovi avventori è di speculare e guadagnare.

Tra l’autunno del 1864 e l’inverno del ‘65 Firenze era un cantiere aperto, solo per citarne alcuni ricordiamo i lavori in Palazzo Vecchio per accogliere il Salone dei Cinquecento e la Camera dei Deputati; il Teatro Mediceo (costruito da Buontalenti per Cosimo I) fu sistemato per accogliere il Senato, il Ministero degli Affari Esteri fu destinato nella parte di Palazzo Vecchio verso via dei Leoni, il Ministero dell’Interno fu allocato in palazzo Medici Riccardi, quello delle Finanze nel casino di San Marco, quello della Guerra occupò il palazzo dietro l’orto dei frati all’Annunziata, il Consiglio di Stato il palazzo Nonfinito in via del Proconsolo. I lavori, come abbiamo visto, furono seguiti in gran parte da Carlo Falconieri, siciliano, ma, come lo definì «Il Lampione», «Barbaro ingegnere calato da Torino» – in quanto assai vicino alla corte sabauda. I fiorentini percepirono questi lavori, spesso fatti in gran furia, e da maestranze a loro volta calate dal Piemonte, poiché spesso si privilegiavano ditte piemontesi a ditte fiorentine, come un’ingiuria alla loro storia e cultura, nota è la polemica della Commissione Conservatrice delle Belle Arti e Monumenti di Firenze, commissione che era stata istituita proprio per cercare di controllare e arginare gli interventi troppo massicci sui beni storici. I suoi membri Diego Martelli, Antonio Ciseri, Ulisse Cambi, Giovanni Dupré e gli altri lamentano che la loro autorità non era di fatto riconosciuta dagli uomini che venuti da Torino stavano ristrutturando gli edifici della città senza un’adeguata attenzione per il patrimonio storico-artistico. Abbiamo già citato la nota vignetta de «Il Lampione» del  9 maggio 1865, in cui Giuseppe Bianchi, muratore toscano, «rifiuta al Bove Falconieri di gittare abbasso la volta di Cosimo I, ma il prelodato bove fa eseguire tanto vandalismo dai suoi seguaci Questo barbaro ingegnere non contento di aver sciupato San Pancrazio, devastato la scala del Cronaca, ha voluto demolire la volta del Gabinetto di Cosimo de Medici, così i fiorentini si son visti portare fra i calcinacci uno dei più bei dipinti di Bronzino, evviva la commissione artistica, e il Governo…dormiglione!». Nella vignetta satirica il Falconieri è rappresentato con lunghe corna da bue.

Abbiamo già parlato di molti piemontesi in terra fiorentina, dimenticandoci però di citarne alcuni tra i fondamentali, non ultimo il Re. Vittorio Emanuele, aveva lasciato con grande rammarico la sua amata Torino, e mal sopportava i grandi spazi di Palazzo Pitti preferendo spesso andare a caccia e incontrare la “bella Rosina”, ma le cronache raccontano anche delle lunghe passeggiate del generale La Marmora e di Quintino Sella sulle colline toscane mentre a cavallo discutono di politica. Un piemontese che assai bene si integrò col tessuto sociale fiorentino, e a cui la città di Firenze deve un grande lascito, fu poi Carlo Alfieri di Sostegno,  discendente della tradizione nobiliare degli Alfieri che da Vittorio e poi da Carlo Emanuele giunge fino a Cesare, ministro del Regno e firmatario dello Statuto Albertino, incarnando il tipo più perfetto e sincero di conservatore liberale. L’incontro con Cavour fu fondamentale per la formazione del suo pensiero, che puntava ad elaborare una vera classe dirigente capace di governare il nuovo stato nascente. Bisognava formare gli uomini, come già aveva detto D’Azeglio, e occorreva definire i limiti fra politica e burocrazia. Fu tra i primi a denunciare infatti l’inadeguatezza dei politici italiani. Da qui la necessità di istituire un corso di studi finalizzato proprio alla formazione di una nuova classe politica, che sapesse amministrare il paese, affrontando i problemi più urgenti quali la realizzazione delle opere pubbliche e l’istituzione dell’assistenza per le classi disagiate, sempre nel rispetto della proprietà privata e dell’ordine pubblico. Si fece dunque ideatore e fondatore della Società di Educazione liberale, il cui comitato promotore era composto da personalità toscane della destra moderata, disponibili a finanziare questa impresa culturale ed educativa. Tra i nomi eccellenti spiccano quelli di Pietro Bastogi, Luigi Ridolfi, Paris Maria Salvago Raggi, Leopoldo Galeotti, Odoardo Luchini, Ubaldino Peruzzi, Giovanni Guarini, Ludovico Incontri e Gino Capponi. Il corpo docente, tutto di nomi illustri, riconosciuti idonei dal governo, annoverò in principio personalità del calibro di Pasquale Villari, autore, tra l’altro, di un volume di scritti pedagogici volti a promuovere la causa del pubblico insegnamento in Italia, Augusto Conti, patriota ed erudito, a cui si aggiunsero nel tempo Domenico Zanichelli, docente di diritto costituzionale e di storia delle costituzioni, Odoardo Luchini, penalista di buon successo e oratore molto abile, Luigi Laffrichi e Gaetano Pini, docente di diritto civile nell’anno scolastico 1885-1886. Carlo Alfieri di Sostegno, che in ricordo dei suoi avi fondò la Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” oggi Università degli Studi di Firenze, fu un uomo lungimirante, capace di portare a Firenze una cultura politico-economica cosmopolita e uno spirito laico e liberale assolutamente nuovo rispetto ai precedenti.

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